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Autorizzate le persone a usare la loro creatività

Potrebbe essere il titolo più che di un articolo, forse, di un’era. Quella che apre la quarta rivoluzione industriale, come probabilmente la chiameranno nei libri di storia (se libri, ancora, ne avremo). Un’innovazione che non toglie lavoro ma che spalanca prospettive, ripetono senza sosta alcuni. Per altri, il vento del cambiamento spira, forse, troppo forte. Di certo c’è, che serve una bussola per districarsi tra Internet of Things, Smart Manufacturing e Open Innovation.

 

«Ho trovato 1999 modi con cui non si fa una lampadina». Diceva Edison con in mano la lampadina numero duemila. Vive di tentativi l’innovazione e quelli riusciti li affida alle rivoluzioni. Quando si parla di cambiamento, tocca scomodare una parola, ormai quasi abusata: tale “resilienza”. Preso in prestito dalla tecnologia dei materiali, ora, questo termine è diventato flessibile come il suo significato: in architettura, si dice resiliente un edificio che resiste, per esempio, ad un terremoto. Nei sistemi informatici, resiliente è ciò che sopporta l’usura, in biologia, invece, indica l’essere vivente che è in grado di riparare un danno o di tornare allo stato precedente ad un’aggressione esterna. Inutile dire, che questa parola polivalente ha contagiato anche la sfera personale: resilienza è la capacità individuale di affrontare stress e di uscire dalle avversità con le consapevolezze fortificate. In tempi di intelligenza artificiale, questo amato e citato aggettivo deve trovare il modo di qualificare anche le imprese e le filiere produttive nostrane. Di tempo, ce n’è poco.

Già nel 2020 saranno 50 miliardi oggetti connessi e regolati dall’automazione. Al netto dello spazzolino intelligente e della auto che si guida da sola, cosa cambierà per noi? Il McKinsey global Institute sostiene che l’intelligenza artificiale stia contribuendo ad una formazione della società «dieci volte più veloce e trecento volte più grande, e quindi con conseguenze tremila volte maggiori». Sempre secondo la multinazionale di consulenza, la nuova vulgata digitale toccherà in maniera decisiva quattro ambiti.  Il primo sarà il grandissimo capitolo dell’utilizzo dei dati, la potenza di calcolo e la connettività, leggi: Big Data, Open Data, Internet of Things, machine-to-machine e cloud computing per la centralizzazione delle informazioni e la loro conservazione. Segue, come logica conseguenza, il nodo dell’analytics, ovvero, cosa fare di tutti i dati raccolti? Bisogna ricavarne valore, certo. Le macchine possono imparare dai loro errori, utilizzando i dati analizzati, per esempio. Una miniera, ancora in parte da esplorare,  quella del “machine learning”, se si pensa che solo l’1% dei dati raccolti viene utilizzato dalle imprese.  Il terzo filone della rivoluzione 4.0 toccherà l’interazione tra uomo e macchina. Tra interfacce “touch” e realtà aumentata: si lavorerà meglio con i Google Glass? Di certo, la quarta direttrice di sviluppo che già sta facendosi notare è quella che lega il digitale al “reale”, vedi manifattura additiva, la stampa 3D, la robotica e le nuove tecnologie per immagazzinare e utilizzare l’energia in modo mirato, razionalizzando i costi e ottimizzando le prestazioni.

Ottimizzazione farà, però, alla lunga, rima con disoccupazione?

Una ricerca molto citata, condotta da Carl Benedikt Frey e Michael Osborne dell’università di Oxford e pubblicata nel 2013, rende noto che il 47% dei posti di lavoro correrà il rischio di essere “occupato dai computer”. Le macchine produrranno disoccupati, dunque? Che lavoro faremo nel 2020? Beh, i bambini che oggi frequentano la prima elementare saranno assunti per profili che neanche esistono e che i loro genitori faticano anche solo ad immaginare.

Una prospettiva se non fantascientifica, di certo sfidante. Arriva appena in tempo, il Piano del governo per l’Industria 4.0 presentato dall’ex Presidente del Consiglio Matteo Renzi lo scorso settembre, tra le tappe del roadshow, anche a Verona. In particolare, il piano italiano, sulla falsariga delle iniziative avviate negli Stati Uniti, in Germania e in Francia, si propone di mobilitare un impegno pubblico di 13 miliardi di euro spalmato tra 2018 e 2024, dove non figurano incentivi a bandi prestabiliti ma piuttosto incentivi fiscali “orizzontali” attivabili dalle imprese nel proprio bilancio.  Tra le linee strategiche tracciate dal governo, spazio soprattutto al sostegno agli investimenti privati su tecnologie e beni 4.0, incremento della spesa privata in termini di Ricerca, Sviluppo e Innovazione, supporto al Venture capital e diffusione della banda ultralarga. Uno scenario composito in rapida evoluzione che potrebbe smuovere dal timido torpore della tradizione il mondo dell’impresa, Pmi incluse.

«I pilastri del piano sono: governance con investimenti dall’alto, infrastrutture abilitanti come la banda larga, competenze digitali che devono essere standardizzate non solo per il pubblico ma anche dell’uso industriale, ricerca- finanziata, difesa della competitività, innovazione open» ha spiegato l’Onorevole Alberto Bombassei, tra i più convinti promotori insieme al Ministro Calenda del Piano nazionale Industria 4.0, al convegno di Verona Network che, il 25 novembre, ha tentato di focalizzare la situazione scaligera. «Bisogna puntare su aggregazione e contaminazione per rendere attuabile il paradigma 4.0» . Perché la tecnologia può fare molto ma non abbastanza, se non cambia il modello di business.

Miryam Scandola

Miryam Scandola

(Felicemente) montanara per via del papà, milanese per colpa, si fa per dire, della mamma.
Una laurea in Lettere fatta d'impulso, per ragioni che vanno da Cesare Pavese e prendono dentro pure Albert Camus.
Legge perché le piacciono le parole, viaggia quando le mancano.Scrive perché è un modo di ascoltare. Ama (ed esagera con) le parentesi perché sanno trattenere le sfumature.
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