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Due chiacchiere con Andrea Nalini

Andrea Nalini, giocatore veronese del Crotone FC alla prima stagione in serie A, racconta la sua ascesa. Una salita fatta di provini dall’esito negativo, dalla madre che lo spingeva verso la scuola, passando per duri turni lavorativi fino ad arrivare al cospetto dei grandi campioni che fanno sognare la gente.

di Emanuele Pezzo

Il calcio della serie A, con le sue stagioni memorabili, episodi epici e protagonisti semidivini, sembra un universo per predestinati. Eppure ogni tanto qualcuno ci arriva per vie inconsuete. Come Andrea Nalini, ragazzo veronese che, dopo anni passati tra turni in fabbrica e campi minori, sta giocando la sua prima stagione in quello che nemmeno troppo tempo fa era chiamato “il campionato più bello del mondo”.

Cosa vuol dire essere esordiente in un club per la prima volta in A?

Non c’è pressione e si lavora benissimo. È tutto uno stimolo nuovo, tanto che sono arrivato molto carico e lo sono ancora. Mi sono ritrovato a San Siro, allo Juventus Stadium o al San Paolo, andando incontro a grandi campioni: è sempre stato un sogno che facevo da bambino e adesso mi ci trovo dentro.

Qual è il calciatore più forte incontrato e a quale si ispira?

A volte trovi avversari in “giornata di grazia” e quindi è difficile dare un giudizio obiettivo. Quello che mi ha impressionato di più contro di noi è stato Perisic dell’Inter, anche per un’affinità con il mio ruolo. Poi mi piacciono tantissimo Callejon e Candreva: io e loro siamo su due pianeti diversi, ma un pochino in loro mi ci rivedo.

I calciatori sono dei privilegiati?

Secondo me sì, soprattutto per un fattore di visibilità. Non saprei dire se stavo meglio prima di diventare professionista o adesso: ho sempre aspirato ad arrivare in alto, ma mi sono anche sempre adeguato alle situazioni e qualche anno fa ero comunque felice di ciò che avevo. Poi quando riesci ad ottenere qualcosa, cerchi anche di tenertela stretta. Avendo fatto gavetta credo di dare più peso alle cose, non penso di essere superficiale.

Quale episodio le ha fatto capire che questa era la sua strada?

Ho sempre girato attorno al mondo del calcio. Avevo la mia vita, il mio lavoro e riuscivo anche a giocare a calcio, pur con qualche difficoltà, visti i turni in fabbrica. La chiamata di una squadra professionistica mi ha fatto rendere conto che le cose potevano cambiare. Non me l’aspettavo proprio: andare lontano da casa, con tre anni di contratto, mi ha spinto a prendermi le mie responsabilità. Sono passati tanti treni e credo di aver preso l’ultimo.

Come sarà ritornare al Bentegodi in serie A?

Sarà emozionante. Sono stato spesso allo stadio con amici tifosi del Chievo, ci ho anche giocato in Lega Pro con la Virtus Vecomp contro l’Alessandria, a causa dell’indisponibilità del nostro campo. Ma giocarci in serie A sarà tutt’altra cosa».

Come si trova a Crotone?

Benissimo, sia coi compagni che con la società. E anche con i crotonesi, veramente tanto ospitali. Il clima poi è fantastico e abito a due minuti dalla città sul lungomare.

Cosa fa nel tempo libero?

Mi piace guardare film e serie tv. Adoro ad esempio “Prison break”. Ma mi piace anche ascoltare musica e di recente ho imparato a suonare la chitarra.

Come giudica finora la sua prima stagione di serie A?

Mi sono trovato di fronte ad una realtà da massima serie in cui si deve dare tutto per essere all’altezza. Ogni giorno c’è un lavoro incredibile di preparazione fisica, tattica e mentale. Credo di essere cresciuto, anche se il minutaggio non è dalla mia.

Quali emozioni prova ricordando dove era fino a qualche anno fa?

Ho intrapreso la strada più lunga: da piccolo mi hanno cercato per tanti provini, a volte mi hanno scartato per motivi fisici, altre non sono andato perché mia madre voleva che completassi il percorso scolastico. Alla fine però tutto torna: mi vedo evoluto e formato, nessuno mi ha mai regalato niente, anche se ho ancora tutto da dimostrare, come di valere questa categoria.

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