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Hervé Bermasse, l’alpinista si racconta a Pantheon

Ospite per un dialogo all’Università di Verona lo scorso 9 marzo, l’alpinista aostano ha raccontato la sua storia, ovvero quella sua  vita alla ricerca della montagna nella sua essenza.

di Marco Menini

REGISTA, SCRITTORE, fotografo, ma prima di tutto instancabile passeggiatore delle montagne “dietro casa”, Hervé Barmasse è di certo uno tra gli ultimi eredi dei grandi alpinisti italiani. Lo aveva descritto così anche l’arrampicatore libero Reinhold Messner: «un giovane in grado di difendere i veri valori dell’alpinismo tradizionale» perché «è capace di trovare l’avventura sulle Alpi, e non solo in Himalaya o in Patagonia».

Dietro casa, perché ha cominciato fin da ragazzo ad arrampicarsi sul monte Cervino, il più alto, e il più familiare, appunto. Il monte che alle spalle vede svettare il Monte Bianco. L’esordio sportivo è sugli sci: è forte, il giovane galoppa veloce; diventa istruttore, ma un volo inatteso gli procura qualche osso rotto e la voglia di aggiungere anche la salita alle sue escursioni. Sceglie così la strada verso la vetta.

UN’ATTIVITÀ non casuale – se si considerano le tre generazioni di guida alpine alle spalle – e che, a detta sua, forse, l’ha salvato dall’intraprendere la carriera del sacerdozio. Pare infatti che, dalle parti di Aosta, o si era alpinisti o si era sacerdoti. Dopo anni tra le cime, è diventato anche una sorta di profeta dell’ecosostenibilità.

«Perché se non difendo la montagna, non la custodisco, come posso sperare che i miei figli un giorno possano vederla ed apprezzarla così come l’ho vista io?». C’è un libro scritto da Hervé che si intitola La montagna dentro, narra di fragilità e paura, del coraggio delle decisioni, di incoscienza e fortuna.  «L’alpinista giovane è performante, ma in montagna ci vuole esperienza».

Nell’agosto del 2000 parte assieme all’amico Patrick Poletto per affrontare “La Gran Becca”: 300 metri di roccia vergine ancora enigma del Cervino, da scalare in piena estate. Ma qualcosa va storto, la corda si ghiaccia, e i due avventurieri sono obbligati a dormire appesi ad un filo. La nuova via, comunque, è aperta. Non a caso la prima “legge Barmasse” è : «La montagna va affrontata un passo alla volta».

La seconda? «Spesso quello che conta è la fortuna». Dopo questa esperienza estrema, Hervé parte per cercare altri Cervini in giro per il mondo, cominciando dal Pakistan.

Qualche cima, e avventura di Bermasse. Luglio 2004. Paura di morire. Una chiamata dallo scalatore Gianluca Maspes lo porta in Pakistan. Se poco distante si festeggiano i 50 anni dalla prima salita sul K2, con flotte di alpinisti sul Baltoro Glacier, Hervè sceglie la facciata (ancora casta) “Chogolisa Glacier” (5700m), del gruppo montuoso del Karakorum, in Pakistan.  È qui che viene sfiorato da alcune rocce in caduta libera, mentre avanza solitario su una crosta verticale di roccia: se la cava con qualche taglio. La cicatrice lo unirà per sempre al Pakistan.

Gennaio 2009. Patagonia. Il coraggio delle decisioni. La vita di Hervé è intrecciata di sfide, si divincola nelle decisioni, salire o non salire, scegliere vie già percorse o aprirne di nuove; saper fermarsi quando serve. Per inaugurare una nuova via non basta l’intraprendenza, spiega Hervé, serve il coraggio. Il mondo Hervé lo guarda dall’alto, e per farlo affronta il terzo ghiacciaio più grande al mondo, che è Hielo Continental Sur, tra Cile e Argentina.

«Ancor prima di poter iniziare la scalata della montagna, sapevamo che avremmo dovuto rinunciarvi». Lo attraversa, ma è costretto a fermarsi di fronte al pericolo che si nasconde in seracchi e crepacci. Un paradiso, comunque, per chi cerca la castità più pura.

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